BREVE SAGGIO SULL’IDENTITÀ VOCAZIONISTA

Uno studio per approfondire le sfaccettature della nostra identità di Vocazionisti

a cura di don Dinoy David, SDV

“Ogni istituto ha una responsabilità primaria riguardo alla propria identità. Il «carisma dei Fondatori», infatti, ‒ «esperienza dello Spirito Santo trasmessa ai propri discepoli per essere da questi vissuta, custodita, approfondita e costantemente sviluppata in sintonia con il Corpo di Cristo in perenne crescita» ‒ è affidato a ciascun istituto come patrimonio originale a beneficio di tutta la Chiesa. (La collaborazione inter-istituti per la formazione, n. 7.1). [1]

Se il carisma è “l’esperienza dello Spirito” (Mutuae relationes[2], n. 13) che Dio ha voluto ispirare ad ogni fondatore per dare inizio ad una nuova opera, esso si converte nel nucleo dell’identità della vita consacrata, per ogni membro dell’istituto. Dunque l’identità vocazionista significa vivere lo zelo e lo spirito del suo amatissimo fondatore il beato don Giustino Russolillo sdv e vivere nelle ispirazioni che lo hanno spinto a istituire famiglie religiose, maschile e femminile, e Apostoli della Santificazione universale con il particolare carisma della ricerca e la cura delle vocazioni. 

Divina Unione – il termine e fine di ogni vocazione: identità interiore e sublime

L’identità vocazionista consiste innanzitutto nel formarsi di ogni membro secondo la vera spiritualità e carisma del fondatore, e così vivere integralmente la propria consacrazione fino a raggiungere la pienezza della vocazione in tutta l’esistenza. Al numero sei del primo volume delle Regole Grandi si parla del nostro fine: “la perfetta unione con le divine persone, mediante il SS. Cuore eucaristico di Gesù Cristo”. Dal punto di vista pratico deve essere considerata molto importante la raccomandazione che segue: ” – Il fine – sia sempre da voi contemplato, vagheggiato e voluto, poiché soltanto se lo vagheggerete, potrete amarlo; soltanto se lo amate, potrete vederlo; e solo se lo vorrete, potrete raggiungerlo”[3]

Don Giustino stesso spiega, in modo semplice, in cosa consiste la divina unione: “Se ognuno adempie a perfezione il comandamento di amare il Signore con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutte le forze, ascenderà tutti i gradi della grande scala di amore, sino al supremo della perfetta divina unione, consumata nella relazione suprema di amore possibile tra l’anima e Dio” (Opere, vol. 6, p.25). La divina unione è vivere una relazione di amore con il Signore, che ne prende l’iniziativa: “Ti ho amato di un amore eterno; prima di formarti nel grembo materno, ti conoscevo”(Ger 31, 3; 1,5); “Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito”(Gv 3,16). Accettare questo amore significa cominciare a vivere la divina unione, “intesa e voluta dal Signore – che – è quella che più imita e onora l’unione ipostatica della natura umana con la divina nella persona del Verbo incarnato” (Per la Divina unione, nn. 2122). Essa “é il termine beato e fine di ogni vocazione” (Ib., p.254).[4] Vivere questa Divina Unione o impegnarsi nella propria vita quotidiana per questo fine è la vera identità interiore di ogni vocazionista. Dunque la madre Chiesa insegna che “Il progressivo configurarsi a Cristo si attua in conformità al carisma e alle disposizioni dell’istituto a cui il religioso appartiene. Ciascuno ha il suo proprio spirito, carattere, finalità e tradizioni. I religiosi approfondiscono la loro unione a Cristo in modo conforme a questi elementi” (La vita religiosa nell’insegnamento della Chiesa, n. 46).

Il Vocazionario e La Ricerca e Formazione delle Vocazioni: Identità Centrale

1mo corso di formazione per formatori vocazionisti (Giugno-Agosto 2019)

L’identità vocazionista si esplica in modo particolarmente per le vocazioni. La mattina del 20 settembre 1913, giorno della sua ordinazione sacerdotale, don Giustino fece voto di fondare una congregazione “per il culto, il servizio e apostolato della vocazione di Dio, nostro signore, alla fede al sacerdozio alla santità”[5]. Il carisma di Don Giustino e della sua famiglia religiosa è il servizio di tutte le vocazioni[6]. Don Giustino dichiara attraverso le costituzioni che la società divine vocazioni “nella Chiesa

abbraccia come sua opera particolare, la ricerca e formazione delle vocazioni ai ministeri ordinati e alla vita consacrata, specialmente tra i meno abbienti attraverso l’opera sua caratteristica: il Vocazionario” (cost. art. 5)

Don Giustino afferma che “Il più grande bisogno delle anime e quindi  il più grande servizio che loro si possa rendere è il buon religioso e il santo prete; (…) il vocazionista tiene sempre per sua opera centrale e principale  il culto e l’apostolato, la ricerca e il servizio delle divine vocazionial clero diocesano e regolare; (…) il vocazionista deve aiutare i figli del popolo, sforniti di mezzi finanziari e quelli che non fossero ancora ben orientati verso un determinato Istituto religioso finché non facciano la scelta” (Ascensione pag.185-186)

Don Giustino insiste che “bisogna convincersi del proprio e massimo dovere di consacrare la vita alle vocazioni ecclesiastiche e subito offrire la propria cooperazione pratica e studiare di sempre più perfezionarla e intensificarla nelle rispettive sfere di azione; (…) A questi sacerdoti secondo il cuore di Dio… ricordiamo il dovere e il bisogno di produrre e lasciarsi dietro questo frutto massimo del loro sacerdozio: altri sacerdoti e poi ancora altri sacerdoti e poi sempre altri sacerdoti. (“Il clero e le vocazioni ecclesiastiche, pp. 14-15).

            Il Fondatore chiama le suore vocazioniste a vivere una identità vocazionista con la santità femminile come piccole madri delle vocazioni. Don Giustino scriveva alla giovane zelatrice di Pianura Rachele Marrone il 6 dicembre 1917: “L’opera delle vocazioni non consiste in raccogliere soldi; questa è cosa secondaria e per essa non fate pubblicità o riffe. Essa consiste specialmente in una forma grandiosa di santità femminile, in donne cristiane disposte a far da piccole madri a molti sacerdoti futuri e a moltissimi santi. Ve lo spiegherò meglio quando Gesù vorrà…”[7]

            Don Giustino aveva particolare stima e onore per le suore maggiormente impegnate in attività propriamente vocazioniste. Egli scrive a sua sorella suor Maria Giovanna Russolillo, divenuta Superiora generale: “Quello che vorrei, come sempre ho detto, è che si entri nello spirito della congregazione vocazionista; che le suore le quali più aiutano le opere vocazioniste siano più onorate, più amate, più coltivate, e moltiplicate”[8]. Egli incoraggia assai le suore che lavorano per il vocazionario, perché vivono la vera identità vocazionista.  Scrive infatti Don Giustino “esse sono più direttamente occupate per il fine proprio della congregazione e meritano molta considerazione”.[9]

            Don Giustino affermava che una verifica e un incitamento ad un maggiore impegno ed amore per le vocazioni costituiscono il mezzo più efficace per superare momenti di sconforto e di crisi spirituale-vocazionale.[10] 

Vivere la propria identità è la qualità più importante che un superiore o una superiora deve avere nella comunità religiosa. Don Giustino diceva che l’amore e lo zelo per le vocazioni costituivano altresì la condizione essenziale per affidare ad una suora l’ufficio di superiora di una comunità.[11] Difatti scrive una lettera, senza data, indirizzata alla sorella che “una suora che ubbidisce e che ha molto zelo per le vocazioni dei sacerdoti, è capace di fare da superiora tra le suore vocazioniste: queste sono le due condizioni principali. Se non ha zelo per le vocazioni, potrà essere una dottoressa e una santa, ma non può fare o non deve fare, mai e in nessun luogo, da superiora, nemmeno per necessità, provvisoriamente”.[12]

Don Giustino incoraggiava le suore a vivere loro la vera identità vocazionista ed a intensificare il lavoro a favore delle vocazioni e il loro impegno catechetico- apostolico.  In una lettera alla sorella Giovanna scrive “Il Signore chiede a voi suore, e alle superiore in special modo, che vi moltiplicate nei vostri sforzi e lavori spirituali e temporali: per aiutare le vocazioni; per mettere in ogni parrocchia una casa religiosa al suo divino servizio; per portare tutti i paesi alla comunione quotidiana con i catechismi quotidiani. Deo gratias! Ricordalo e meditalo!”.[13]

L’amore per le vocazioni è il fattore fondamentale da considerare nel discernimento di chi deve diventare vocazionista. Il nostro carisma deve essere compreso, praticato e insegnato da ogni vocazionista in qualunque posto si trovi.[14]

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